Negare l’amicizia

Mentre il pubblico entra in sala sto seduto a un tavolo di lavoro, a lato, sul palco. Ci guardiamo a vicenda, e intanto ci si studia.

Come fare a far capire che non sono loro amico?

Stiamo seduti, tranquilli aspettando che si spenga la luce e cominci lo spettacolo, vorrei metterli in guardia e invece li saluto.
È un saluto cavalleresco, come quelli che precedono una sfida. Poi ci si dovrebbe mettere di fronte in piedi e tentare di parare i colpi e centrare gli affondi. Dopo una fase di studio il ritmo cambierebbe e allora si comincia a vincere e a perdere e diventa abbastanza chiaro che nel gioco non ci sono le amichevoli.

Ogni sera mi carico per dare un senso a quello che succede sopra il palcoscenico, cambio il copione, non ripeto sempre la stessa successione.
Devo soltanto ignorare il fatto che se ne stanno ancora seduti, che alcuni brillano come avatar illuminati dalla loro identità on-line: con i piedi sul pavimento di una fila di platea volano lontano fra social e messaggistica istantanea.

Come fare a far capire che non sono complice del loro stile di vita con personalità ubique?

Sono quelli che a teatro hanno deciso di venire molto o poco tempo prima, ma nulla di ciò che accade può toccarli veramente.
Sono una élite, la parte migliore della società liquida eppure sotto i miei occhi evaporano ogni sera passando allo stato gassoso.

Nei teatri si fa esperienza diretta della trasformazione veloce dei riti collettivi. Meglio allora non ritagliarsi la parte consolante di chi officia il rito.

I teatri dovrebbero, dicevo tempo fa, essere dei laboratori e il pubblico entrando dovrebbe essere consapevole di fare la parte della cavia. Come fare a far capire che non sono loro amico? Forse continuando a studiarli mentre, stagione dopo stagione, cambiano in fretta. Numero Primo è una storia ambientata in un futuro già cominciato.